Trapianto di faccia e rispetto del limite

Lo ricordo bene il caso di Isabelle, che a 39 anni scelse il trapianto parziale del volto. Storia salita in fretta alla ribalta per l’eccezionalità dell’intervento, che non poteva non fare notizia: una faccia nuova per una donna che era stata sfigurata dal suo cane (tentava di svegliarla dopo che lei era caduta in un sonno profondo e narcotico causato da una dose di psicofarmaci). Ad aprile scorso, ad 11 anni dal trapianto, Isabelle è morta. I farmaci antirigetto le hanno provocato l’insorgenza di due tumori. Sarebbe troppo sbrigativo dire che i rischi erano noti? Che forse a volte sarebbe necessario porsi dei limiti? Che bisognerebbe pensarsi come umani e non come semidei? Che la bioetica e l’etica non sono solo parole? Le cure hanno rivoluzionato e rivoluzioneranno le nostre vite ma solo se vorremo farci del bene e non soltanto far parlare di noi. (Ho scelto di non inserire foto in questo breve articolo, non c’è niente da spettacolarizzare se non la possibilità di dire la propria opinione con la forza delle parole).

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A pranzo e cena… Su YouTube

wp-1468786883983.jpegTutto cambia, si sa. Ai tempi del mio liceo c’era chi a pranzo mangiava coi genitori e guardando il TG, chi vedeva la millemillesima puntata di Beautiful e chi Beverly Hills, serie TV anni novanta che fece furore. Oggi mangiamo con YouTube. Non scherzo. Fatevi un giro sul popolare canale di video d’intrattenimento e scoprirete un mondo, io mi son divertita un casino, giuro! Ho trovato canali di gente che posta video mentre mangia e beve con inquadrati solo bocca e piatto. Le masticate si devono sentire forti e chiare, insieme al rumore delle posate, delle deglutizioni varie, degli slurp di risucchio se sono spaghetti e noodles vari. Alcuni video mostrano anche la previa preparazione del piatto, le ricette personali dei responsabili del canale. Ho trovato parecchie donne, ma anche uomini che si cimentano. E ho trovato un sacco di fan. Sì, perché mangiare in compagnia rilassa, non fa sentir soli, è un po’ come stare al bar. Quindi via a quella che prova vari cibi di paesi diversi, a quella vegana che riesce a fare ricette spettacolari, a quella che muove il bicchiere con ghiaccio e bibita per far sentire agli spettatori assetati un tintinnare da cinema e quello che ricorre a piatti croccanti per agevolare un bella fila di “crunch”; poi c’è la ragazzina che in mezz’ora, un morso dopo l’altro, si mangia una torta intera, con creme e frutti (evviva il suo metabolismo) e tanta leggerezza.

Che dire, divertente e rilassante. Però anche un po’ triste. Mi vien da pensare che forse sarebbe più gratificante andare a mangiare in compagnia, come si faceva prima. Godersi i crunch del compagno di tavolo, assaggiare la birra dell’amico, ficcare la forchetta nel piatto della moglie sono gesti che ci mettono in contatto diretto con gli altri, senza le mediazioni di uno schermo. Anche perché niente sostituisce la magia di una tavolata di amici veri.

Commercio a Pavia, nostalgie da “negozietto”

apple-store-nyc-shopping--651x342Arrivo di corsa in via XX Settembre, Pavia centrissimo. Tra un giorno è Natale e io sono a caccia di regali. In mente ho un paio di bimbi, quindi cerco giochi. Arrivo davanti a Il Treno. Scaffali vuoti, vetrine disadorne. Rimango di sasso, è chiaro che il negozio sta chiudendo del tutto, io però non me l’aspettavo e nemmeno lo sapevo. E adesso? Dove mi fermo quando voglio vedere i modellini di auto e treni? Dove vado a cercare puzzle originali e i giochi in scatola che in giro non trovo? Non ho avuto il coraggio di entrare e chiedere e quindi ignoro oggi le ragioni della decisione di chiudere i battenti.

Natale è passato, ai bimbi in attesa del loro regalo ho comprato volentieri dei libri. Ma ho voluto comunque provare a ricordare quanti negozi ho visto chiudere in centro a Pavia da tanti anni a questa parte: parto dalle salumerie-gastronomie ricordandomi gli anni ottanta, quando il salmone di Natale si comprava da Palazzo o da Arioli, e i negozi erano talmente grandi e le vetrine piene di cose buone che ci appiccicavo volentieri gli occhi ogni volta che ci passavo da piccola. Poi le panetterie, come Balzarini in corso Cavour, col suo profumo di focaccia e pane alle otto del mattino che a noi studentelli delle superiori faceva venire l’acquolina in bocca anche se nello stomaco avevamo ancora la colazione. Me ne ricordo vagamente anche una in piazza Duomo, che comunque è stata rimpiazzata oggi dall’ottima rivendita de Il Convoglio. In fondo a Strada Nuova c’era La Piccola Parigi, profumeria rinomata in città e recentemente anche la cristalleria Licia Ramaioli, che ha chiuso da almeno un anno. E tanti altri negozi ancora che vorrei ricordare con chi ha la pazienza di leggere le mie righe. Poco franchising, tanta voglia di puntare sulle proprie forze. Qualche giorno fa ho fatto un breve giro per la città, in cerca di un negozio di teleria per la casa (già, spariti quasi tutti anche quelli) : c’è chi resiste e chi ha dovuto per forza abbassare la serranda. E mi dispiace, anche perché ho sempre pensato che i negozi sono punti di luce che animano una città, gioia per gli occhi di chi passeggia, rapporti umani con chi il mestiere del commercio lo sa fare per davvero, vicinanza, animazione. Mia madre era una commerciante, aveva un negozio di abbigliamento e merceria in via Moruzzi, zona Ponte di Pietra. Erano gli anni ottanta, aveva clienti dalla mattina alla sera, alcuni entravano anche solo per una caffè, che lei faceva nel retro con una bella Cimbali rosso fiammante. Bei tempi andati?

Santi, morti e feste, un paio di punti di vista

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In questi giorni ho letto in giro svariati commenti su Halloween: chi contro (molto contro) e chi pro (che festeggia allegramente). D’altronde è una vita che noi italiani ci dividiamo rigorosamente in due: ha ragione Vale o Marc? Il muratore di Mapello sarà l’assassino o no? Doccia o bagno? Naturale o gasata? Mostri o preghiere? Certo è che le usanze cambiano, le mode vanno e vengono e tutto è in divenire. Personalmente non ci trovo niente di male a sentirmi suonare il campanello di casa da un bimbo vestito da fantasmino che chiede dolcetti, meno mi piace vedere gente che gira travestita da cadavere o con un coltello finto piantato in gola con tanto di ferita sanguinante. Semplicemente perché l’orrido è reale e per capire come funzionano certe cose basta fare un giro in un ospedale. E penso che, come in tutte le cose, la virtù stia nel mezzo.
Un aneddoto, per capirci. Mia madre al cimitero ci andava almeno cinque o sei volte l’anno. Sceglieva una giornata di sole e partiva in macchina con un sacchetto grande pieno di fiori finti che lei stessa aveva comprato e suddiviso in mazzi ben fatti. In un’altra borsa stracci e detergenti. Iniziava dalle tombe dei nostri cari più stretti, poi passava ad altri parenti, poi ai conoscenti di cui sapeva l’ubicazione e infine, mentre passeggiava a lavoro finito, agli sconosciuti: le spiaceva trovare tombe disadorne e non curate, quindi lasciava un fiore anche su quelle (“ossignur, quaschì al ga pü nesün, lasumag un fiur”… Saggezza popolare). Lo stesso giro si faceva all’inizio di novembre, per controllare che tutto fosse in ordine in vista delle feste. La tradizione di famiglia, a cui lei teneva molto, prevedeva poi, dopo il saluto al cimitero, il pranzo del due novembre con la zuppa di ceci e le puntine di maiale. Per dolce le pangialline, il pane dei morti fatto con la farina di mais, comprate sempre da papà in pasticceria. La tradizione era importante per lei, andava rispettata e possibilmente tramandata. Eppure un giorno abbiamo scherzato insieme per Halloween comprando un fantasma di carta, decorando una zucca e mettendoci una candelina dentro, per divertirci insieme, giocare e scherzare.
Tutti questi ricordi mi sono venuti in mente oggi, ovviamente al cimitero: da quando mamma non c’è più io avevo perso la strada (certo, anche la bussola, ma questa è un’altra storia) per ritrovare i nonni. Mi perdevo nei sotterranei di san Giovannino, che mi parevano tutti identici. Un dramma per me. Mio marito avrà provato mille volte ad accompagnarmi e supportarmi ma non c’era verso. Oggi, Ognissanti duemilaquindici, ho chiesto a mamma una mano, non ne potevo più di non salutare nessuno e di non sapere dove potevano essere. Boh, li ho trovati subito, tutti. E questa la ritengo la mia personale festa di Halloween, aver ritrovato i miei parenti, i nonni che purtroppo non ho mai conosciuto ma senza i quali non sarei qui. Non ho festeggiato nè con maschere terrorizzanti nè con altro perché di morte ne ho già vista troppa per i miei gusti. Ho preferito comprare fiori, pregare e salutare chi non c’è più ma continua ad accompagnare i miei passi.

L’azzardo c’è e si vede a Pavia, ma per favore non chiamiamolo gioco

Divertimento da incubo?
Divertimento da incubo?

Spesso, facendo radio in diretta, si corre il rischio di non spostarsi mai dagli studi, di non mettere il naso fuori dalla porta, di perdere il contatto diretto con il proprio territorio. Dettaglio che per un giornalista è fondamentale. Perchè parlare (raccontare, scrivere) è un conto, vedere un altro. Entro nel dettaglio, e attenzione gente perchè la prendo alla larga. E’ quasi sera, sono circa le 18.30. Metà ottobre, tanto per darci un contesto temporale. Da giorni vado a caccia di un apparecchio curioso di ricezione, perchè radio per me è tutto, comprese frequenze, spettri, circuiti, Fm e Am, etc. solo che in città non lo trovo. Quindi cerco su Internet ed eccolo lì, pronto. Ma la mia Postepay è tendente allo zero. Avrà su sì e no quaranta centesimi. Ok, nessun problema, saluto gli amici in radio, esco e vado a cercare un tabaccaio per la ricarica. Solo che sono donna e quindi mi incanto davanti alle vetrine, ai vestiti, alle scarpe, ai colori: mi lascio rapire dalla città, dalle luci, dalla gente, dagli angoli belli che adoro e che conosco, insomma, mi metto a girellare senza meta. Ogni tanto butto un occhio dentro una ricevitoria, così, per cercare di tenere a mente la mia Postepay e non farmi deviare del tutto.

Solo che c’è un elemento stonato, che continua a martellarmi nel cervello anche se io faccio di tutto (involontariamente o quasi) per non notarlo: i tabaccai con ricevitoria che incrocio sono praticamente tutti pieni. Non è che sono pieni di avventori con tazzine di caffè e cappucci o con le stecche di sigarette pronte da pagare. No, son pieni (c’è la fila!) di gente che sta scommettendo. Non afferro subito la cosa, non ci penso, sarà che ho fame, sarà che quando una cosa non la fai e non la conosci allora ti ci vuole un secondo in più per realizzare. Lo capisco dopo un po’. E mi preparo una strategia: decido di ricaricare la mia carta in tre posti diversi, tanto per curiosare, capire, vedere.

In tre posti diversi, certo, ma la scena è la medesima, cambiano solo i volti degli attori. Sì perchè gli atteggiamenti son sempre gli stessi. Innanzi tutto ho trovato tanti giovani e giovanissimi. Alcuni non mi parevano maggiorenni. Qualche cinquantenne, ma non molti. Ero in centro, quindi gli “attori” erano
consoni al contesto: ragazzi, maschi, vestiti fashion, capelli gellati perfetti e freschi di parrucchiere. Alcuni non si scollavano dalle slot, altri elucubravano sulle scommesse del calcio consultando la Gazzetta e una serie di tabelle fitte di dati. Quelli più avanti d’età tentavano coi numeri (enalotto
e via discorrendo, con tutte le infinite varianti che danno al pubblico la possibilità di scommettere almeno ogni quarto d’ora). A supporto di tanti c’era anche lo smartphone. In un paio di posti ho visto gente che impazziva gridando “oro, oro!”… Sono andata per esclusione: non erano in piazza Affari a
comprare metalli preziosi, non stavano cantando una vecchia canzone di Mango e in tabaccheria non si vincono monete o gettoni che luccicano… Era solo un modo per puntare su un nuovo “gioco”.

Son tornata a casa. Nel pomeriggio, prima della questione della ricarica, avevo intervistato Simone Feder, del Movimento No Slot. Mi aveva raccontato di dodicenni che scommettono attraverso il loro smartphone, facendosi scalare il credito telefonico. Mi aveva parlato di come l’azzardo e le lobby siano una realtà che si insinua dappertutto, anche attraverso pc, linee adsl, stampa, informazione, comunicazione. E mi aveva detto che riteneva fosse necessario che i giovani si riprendessero il possesso del gioco, di quello della competizione sana, della socialità, della compagnia, del “troviamoci a giocare”, del drogarsi di amici e di calcio (quello dove basta una squadra, un pallone e due porte). Perchè alle lobby interessa molto abbinare la parola azzardo a gioco, per dare alla prima quell’aura di levità e di positività dietro cui la seconda può solo nascondersi.

Intanto il Comune di Pavia ha approvato, venerdì 24 ottobre, una nuova ordinanza che prevede la limitazione dell’utilizzo delle slot machine nei locali della città: sarà possibile giocare (o meglio, azzardare) solo dalle 10 alle 13 e dalle 18 alle 23 (Su Il Ticino sia cartaceo che online ampio approfondimento: http://ticino.diocesi.pavia.it/pls/pavia/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=29147&target=3&id_lingua=3&id_css=0&rifi=guest&rifp=guest).

Ed infine domandiamoci: ma quale gioco, signori? Perchè non chiamiamo le cose con il loro nome? Cerchiamo di capire che se ci stiamo angosciando allora non è più un gioco. Per nessuno.

Olio d’oliva: ma quanta Italia c’è nelle bottiglie con marchio italiano?

Olio sugli scaffali italiani, immagine dal blog Etichettopoli
Olio sugli scaffali italiani, immagine dal blog Etichettopoli

Intervista a Attilio Barbieri, autore del blog Etichettopoli (www.etichettopoli.com) 

Sembra una contraddizione, quella riportata dal titolo, ma purtroppo non lo è: l’olio italiano è davvero italiano? Mercoledì 12 marzo è stato ospite della trasmissione “Radio Campagna Amica” (in onda sulle frequenze di Radio Ticino Pavia – 91.8 e 100.5 – ogni settimana alle ore 11 e realizzata in stretta collaborazione con Coldiretti Pavia) Attilio Barbieri, giornalista di Libero e autore del blog http://www.etichettopoli.com, che si sta occupando da mesi di tutela del consumatore, di falso Made in Italy, di prodotto italiano doc, dop, docg e via discorrendo. Ultimissima frontiera della curiosità giornalistica di Barbieri è (a ragion veduta) l’olio d’oliva: “sono partito da una serie di vignette pubblicate a gennaio sul New York Times – ha precisato Barbieri – secondo le quali l’olio italiano extravergine si sta suicidando, nel senso che viene troppo spesso adulterato da chi lo produce (quindi proprio da noi italiani) con olii che arrivano dall’Africa. Che non è poi una castroneria, nel senso che spesso qui in Italia accade esattamente questo: più di una volta ho richiamato l’attenzione attraverso il blog sulla produzione della Toscana che raggiunge un 4% circa ma che riesce a venderne il 37%; per questo ho deciso di andare nei supermercati per capire che tipo di offerta il consumatore medio si trova davanti quando va a fare la spesa. La scoperta ha confermato i timori che avevo: buona parte dell’olio in vendita è indistinguibile per quanto riguarda l’origine. Tranne il 25% delle etichette che indicano chiaramente l’origine italiana delle olive, la restante quantità, di cui per altro purtroppo fa parte anche il Dop, non riporta chiaramente la provenienza della materia prima, non permettendo al consumatore di effettuare una scelta consapevole. Ricordo che fidarsi della marca non è una garanzia: la maggioranza dei marchi molto conosciuti italiani vengono prodotti con olive che italiane non sono, ma che vengono dall’Europa o addirittura dall’Africa. Il problema allarmante della provenienza è che non sappiamo con quali sostanze (ovviamente vietate in Italia) possano essere stati trattati gli uliveti”.
Insomma, Attilio Barbieri si è finto “casalinga di Voghera”, con tanto di maglietta di riconoscimento, e si è recato al supermercato: “Ho controllato sia la disposizione degli oli sugli scaffali dei supermercati che i prezzi delle bottiglie. Per il consumatore è quasi impossibile orientarsi: ho notato che le bottiglie di olio a chiara origine italiana sono mischiate alle altre e il prezzo non è mai indicatore di origine perchè ho trovato cinque olii venduti alla stessa cifra ma uno era Dop, due italiani al cento per cento e due finti oli italiani”.
Ma la colpa non è tutta del bel paese: “il nostro Parlamento aveva stabilito che in etichetta venissero indicate obbligatoriamente l’origine e la zona di provenienza delle olive; l’Europa ha emanato un regolamento che ammorbidisce la questione obbligando solo la dicitura ‘olio di provenienza comunitaria’, che vuol dire qualcosa ma non moltissimo”.
I consigli per i consumatori quindi sono i seguenti: leggere sempre le etichette con cura, girare le bottiglie perchè spesso le diciture sono riportate dietro e scritte con caratteri minuscoli, non fidarsi solo del prezzo o del marchio. E preferire l’olio extravergine d’oliva, che viene spremuto con metodi meccanici e non chimici.

Simona Rapparelli – (articolo pubblicato sul quotidiano online http://www.ilticino.it)

Bene, ho deciso di pubblicarlo anche qui perchè trovo antipatico non sapere cosa trovo nel piatto da cui mi sto servendo. Trovo antipatico non sapere che olio mi servono al ristorante e ugualmente antipatico dovermi cavare gli occhi per capire che olio sto comprando al supermercato. Capisco le logiche di vendita e guadagno, ma, da consumatore, mi incavolo se mi prendono in giro…

Raul Gabriel: artista e saggio dell’interiore

Simona e Raul Gabriel, fotografia di Andrea VaccariE’ calda, la sala. E in un fine-pomeriggio freddo e buio è un dettaglio che fa solo piacere. Dentro c’è una luce accogliente, chiara, che risveglia. Mi preparo all’intervista osservando Raul Gabriel mentre chiacchiera con due collaboratori di Andrea Vaccari, uno dei due curatori della mostra che ha il grande merito di avermi invitato a questo momento, destinato a rimanermi sulla pelle. Pomeriggio di corse, a pochi passi dal Natale, di lavoro a velocità tali da tendere spesso all’infinito, di “faccio l’intervista e torno in radio”, di fretta sciocca e immotivata. Ma l’artista sorride, richiama la mia attenzione con uno sguardo e si sottrae al mio microfono: “prima guarda la mostra e poi ci parliamo”. con il tu, un’altro dettaglio che mi piace, significa che è una persona pronta a giocare al tuo stesso livello, che toglie subito di mezzo il piedistallo, o che forse nemmeno lo considera.
Parto dal fondo, cammino incuriosita e già irretita da alcuni particolari: “e’ il gesto a creare il corpo”, “l’arte autentica è sempre sacra”, due scritte vergate in nero sul legno e formulate da Gabriel che già mi proiettano in un altrove di cui ancora posso solo immaginare i contorni . Mi ritrovo nelle cappelle laiche che lo stesso Andrea mi aveva descritto, per permettere al visitatore di stare solo con l’opera d’arte, in una sorta di corpo a corpo tutto al singolare, di One to One, di ricerca esteriore ed interiore, di rapporto diretto con la tela. Ciò che vedo è bianco oppure nero, con una leggera striatura che mi ricorda un brivido, o un’onda, o qualcosa che sale e inizia a muoversi in maniera indistinta. Il bianco mi attrae, ma è nel nero che ho trovato un’emozione talmente violenta da farmici perdere dentro: immensa, quasi incombente, ad un passo da me, una colata di nero, da cui emerge una figura che mi ricorda un Cristo crocifisso. Ma, stranamente, non sofferente. Anzi, accogliente, come se mi abbracciasse. Qui mi siedo, cedo, accetto di fondermi con l’opera lasciandomi andare e contemporaneamente lasciandomi prendere dall’armonia delle forme, dalle lievi onde che sfiorano l’anima e che con discrezione si muovono dalla tela raggiungendo chi guarda. Dimentico tutto, lascio le “sovrastrutture” che mi caratterizzano, borsa, cappotto, cuffia, sciarpa. L’unica cosa che stringo è il microfono perchè so che mi servirà per immortalare l’attimo. Non quello mio di abbandono davanti ad un’opera d’arte (momento forse insignificante ma per me fortissimo) ma quello in cui l’artista parlerà. Dopo un tempo che non saprei definire mi decido e chiedo a Raul Gabriel di farsi intervistare davanti alla tela che più mi ha coinvolto. Ne scaturisce un dialogo fatto di impronte diverse, coinvolgenti quanto l’opera che ho davanti, che sembra vegliare dall’alto e approvare le parole di chi l’ha creata.
“Tra tutte le spiegazioni che ho cercato di dare c’è una constatazione – dice Gabriel – io in quanto corpo, gesto, movimento ed essere biologico sono costantemente in movimento e sfuggo costantemente a me stesso. Siamo un eterno cambiamento in movimento. Un’opera accade perchè si aggregano energie e se quell’opera continua a vibrare significa che una parte della tua vita è rimasta intrappolata in ciò che è stato creato. Un’opera d’arte è una trappola, ti cattura. E’ molto più geniale ciò che ho creato rispetto a me stesso. Penso che la poesia sia come una prostituta, bellissima e terribile, che sceglie i propri amanti e che sa quando arrivare. Con lei avrai dei figli ma poi lei se ne andrà: sei tangente alla poesia, mai secante. E così è l’arte, come la poesia. L’arte è sacra sempre, perchè se è vera deve essere spontanea e pura e autentica e genuina con l’identità. E per capire ci si deve relazionare: oggi esiste solo un rapporto di sovraesposizione, di replicazione, che ha portato ad una sorta di anestesia totale, il valore nasce dal rapporto quindi la mia è una dichiarazione di guerra a questo sistema attraverso il tentativo di ristabilire una relazione One to One, alla pari. Hai un’opera e un posto, questo basta, fermati e osserva, instaura una relazione“.

Esco dal Broletto e mi fermo un’istante a osservare il cortile interno, appena illuminato. Sono sovrastata. Sento ancora vibrare l’emozione di un contatto con una tela nera ma coinvolgente ed emozionante come poche. Nella testa la confusione benigna di mille idee smosse da un torpore fatto di quotidianità e che ora si agitano libere. Guardo piazza Vittoria, penso che l’arte mi abbia appena regalato un momento di verità in cui mi ritrovo con serenità, abbia aperto una finestra di sole raggiante in una giornata scura di pioggia.